Nel triangolo della distruzione

Trascorsi 13 giorni dalla prima scossa del 20 maggio scorso e solo 5 dall’ultima forte ed inaspettata del 29, decido di visitare una delle zone più colpite dal sisma, un triangolo compreso tra i comuni di Mirandola, Massa Finalese e Medolla, concentrando la mia attenzione soprattutto nelle campagne, dove l’attenzione dei media scema inesorabilmente. Appena uscito dall’A22 a Pegognaga dopo pochi km noto il prima edificio crollato, ma si trova in quello stato da tempo, un tipico edifico colonico di mattoni in laterizio, di quelli che in queste zone ne incontri a centinaia, ormai abbandonato da decenni a causa del continuo ed inesorabile spopolamento delle campagne.

Proseguo verso Est raggiungendo Poggio Rustico quindi svoltando a Sud mi trovo immerso nelle ampie campagne che caratterizzano queste zone. Lungo i ca 10 km che mi separano da Mortizzuolo la campagna è disseminata di edifici danneggiati, alcuni completamente distruttti. Sono soprattutto edifici già in stato di abbandono da tempo, poco e mal mantenuti, utilizzati a volte come depositi per macchine ed attrezzature agricole. Raggiunto Mortizzuolo abbandono l’auto ed inforco la bici, mezzo che ho ritenuto il più adatto per questo tipo di osservazione. Bastano poche centinaia di metri e subito la “prospettiva” in bicicletta intensifica incredibilmente le mie sensazioni e la percezione della realtà. Lungo la strada trovo subito un edificio la cui principale parete esterna si è letteralmente sfaldata, svelando ai passanti l’intimità degli oggetti e degli spazi famigliari, quasi uno stupro.

A poca distanza incontro un ragazzo che con alcune cinghie da carico cerca di imbragare letteralmente una piccola costruzione, un oratorio privato del ‘500 gravemente lesionato. Mi raggiunge poco dopo il proprietario che mi invita a visitare l’adiacente villa antica, sempre risalente al ‘500 la cui torre resiste con due delle quattro pareti completamente crollate. Nonostante la distruzione che lo circonda non lo vedo perdersi d’animo, in tuta da lavoro sono giorni che cerca di recuperare quanto possibile, i Vigili del fuoco, racconta, hanno preso visione degli edifici, ma nonostante le promesse di intervenire con ponteggi per salvare il salvabile ad oltre 10 giorni non si è visto ancora nessuno, così, come molti altri, deve arrangiarsi.

Proseguo in direzione di San Felice sul Panaro dove appena entrato trovo diverse persone in coda per l’acqua, un azienda locale ha messo a disposizione alcuni spazi per permettere la distribuzione di beni di prima necessità, ciò che sorprende è che l’acqua non manca a nessuno, come infatti ho chiesto sentendomi rispondere che sono in coda …… perchè è gratis.

La desolazione prosegue quando uscendo dal paese trovo un piccolo borgo dove la chiesa si è completamente accartocciata su se stessa, l’intera area è fettucciata e non si vede anima viva, un innaturale silenzio nonostante la zona sembri molto popolata. Medolla è la mia prossima tappa, altra zona dove numerosi sono gli edifici lesionati.Sono ormai chilometri che non c’è giardino dove non vi sia una tenda, un camper, un telo di plastica teso tra le piante dove le persone cercano rifugio per le lunghe giornate in attesa della prossima scossa. Mi stupisce vederle inattive, quasi immobili, sedute all’ombra di qualche pianta da frutto, molte leggono, altre semplicemente restano sedute osservandomi al mio lento e discreto passaggio, i bambini giocano, ma non li sento parlare ad alta voce, giocano anch’essi in silenzio. Nonostante moltissime abitazioni siano pressochè intatte, è palpabile ed evidente il terrore che spinge queste persone a non rientrare nelle proprie case nemmeno per il pranzo di un giorno di festa, molti si raccolgono su lunghe tavolate, tra vicini conoscenti e parenti all’ombra di rigogliose piante, le uniche che dei tremori della terra nemmeno si accorgono.

Le chiese invece se ne sono accorte, eccome. Ne ho viste pochissime intatte, molte, troppe sono gravemente lesionate o completamente crollate, costruite spesso con gli stessi mattoni di laterizio con cui sono stati edificati quasi tutti gli altri edifici crollati, poggiati su un mare di sabbia fluida e fragile non hanno retto nemmeno alla prima scossa del 6° grado, uno schiaffetto come l’avrebbe definito un esperto sismico californiano, dove scosse simili sono molto frequenti in quelle zone. Raggiungo Mirandola, epicentro del sisma dove vedo i primi capannoni distrutti, alcuni erano vuoti da tempo, altri sembrano abbandonati a se stessi, nella loro distruzione con le merci e le macchine schiacciate dalle travi di cemento armato, tutto sembra fermo al 20 maggio, nessun segno di intervento umano, nessun accenno o tentativo di rimettere in moto il sistema produttivo, come se il terremoto sia stato un buon motivo per rinunciare definitivamente ad ogni ulteriore sforzo per mantenere in vita attività già in forte difficoltà a causa della crisi, come poi alcuni ragazzi mi confermeranno, pochi hanno voglia di riprendere l’attività, non ne valeva più la pena prima, figuriamoci ora.

Poco dopo mi trovo immerso nel campo allestito dalla protezione civile, affollato ma di … visitatori. Tra le ordinate file di tende vedo un piccolo corteo che sfila altezzoso tra le povere persone impaurite, alla sua testa c’è il Ministro Riccardi attorniato da tutte le alte cariche delle amministrazioni locali, enti, organizzazioni, pochi minuti per poi infilarsi veloce in una delle numerose auto blu e sfrecciare scortato da tutti i corpi militari dello stato, polizia, carabinieri, finanza, lontano da questo buco torrido a mezzogiorno di un 2 giugno che di festa non ha proprio nulla.

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